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I nostri Ragazzi Geniali imparino a fare Impresa

LA REPUBBLICA

di Sara Bennewitz,  18 maggio, 2019

 

C’è un quartiere all’Interporto di Bologna, fatto di magazzini, che come mattoncini Lego si incastrano ed elaborano gli ordini che arrivano da quel miliardo di visite fatte ogni anno sui siti di moda e design Yoox, the Outnet, oltre a Net-a-Porter e Mr Porter. Più che capannoni stipati con milioni di scarpe e vestiti, pare di essere in un grande armadio pieno di luce e ordine, tra fotografi, modelle e cassette che volano su nastri magici per riempire le scatole dei clienti. A Federico Marchetti brillano gli occhi quando vede un manichino robotizzato sfilare nel corridoio tra l’addetto che lo veste e il fotografo che lo immortala in tre dimensioni. «Non c’era l’ultima volta che sono venuto -dice il fondatore di Ynap ogni tecnologia qui è una nostra invenzione coperta da brevetto».


In Italia Ynap dà lavoro a 2000 persone, ma se continuate a inventare robot, non ci saranno più i suoi 600 addetti alla logistica… 


«Non in quest’azienda. Da quando vent’anni fa ho iniziato a immaginare Ynap ho sempre abbracciato la filosofia che uomo e macchina dovessero poter lavorare assieme e aiutarsi a vicenda. Lo stesso nome Yoox deriva dai geni yx che abbracciano lo 00 dei codici Internet. La mia idea di imprenditore si è tradotta in quest’azienda, dove i lavori noiosi e ripetitivi li fanno le macchine e quelli creativi gli umani. Continuiamo a investire sulla ricerca e sulla formazione di talenti, e ad affinare la tecnologia per offrire il miglior servizio possibile ai clienti».


Come la nuova linea “8by Yoox” che analizzando le ricerche dei clienti, anticipa cosa vogliono comprare i clienti... 


«Sì, ma anche qui uomo e intelligenza artificiale vanno a braccetto: partendo dall’analisi delle ricerche dei clienti, grazie a un algoritmo proprietario, soddisfiamo le loro necessità e i loro gusti. E ancora una volta il successo di “8 by Yoox” va oltre le mie previsioni». 


Ma se l’intelligenza artificiale è così capace, non c’è il rischio che sostituisca tutti, lei compreso? 


«Magari! Scherzi a parte, il rischio che in futuro l’intelligenza artificiale superi quella umana esiste, ma debbono essere gli imprenditori a fare in modo che questo non succeda dosando etica e innovazione». 


Da imprenditore del lusso, come si pone nei confronti della sostenibilità ambientale? 


«La sostenibilità è un’altra filosofia, come il rapporto tra uomo e macchina, in cui siamo stati antesignani: dal 2009 tutto il cartone delle nostre scatole proviene da materiale riciclato, l’energia da fonti rinnovabili, la flotta aziendale che consegna i capi Net-a-Porter è di auto elettriche o ibride. Certo costa di più, ma i nostri clienti pretendono di più e ci rispettano per questo. Anche la linea Yooxygen, tessuti e processi attenti all’ambiente, ci costa di più ma cresce più delle altre collezioni». 


In questo Paese mancano i posti di lavoro. Ci vorrebbe un quadro legislativo che li tuteli di più? 


«Prima di tutto dobbiamo investire sulle nostre ricchezze, che sono i talenti. L’Italia è piena di talenti e di giovani capaci. Ci sono tantissimi ragazzi geniali che però spesso vanno via perché qui non riescono a esprimersi. Ynap è metà italiana e metà inglese e se noi abbiamo persone di grandissima qualità, dall’Inghilterra abbiamo molto da imparare quanto a marketing e organizzazione del lavoro. Tuttavia, se uno come me che non era nessuno in vent’anni ha creato un unicorno della tecnologia partendo dall’Italia e restandovi fortemente radicato, lo possono fare tutti. Invece che lamentarsi gli italiani dovrebbero avere coraggio: ci vuole una visione chiara che va perseguita con determinazione». 


Quindi la sua ricetta per l’Italia è investire in formazione? 


«Io partirei da lì. Noi nel nostro piccolo lo facciamo: a Bologna tramite la fondazione Golinelli e a Londra insieme all’Imperial College nel 2018 abbiamo fatto formazione digitale a 3.400 ragazze e ragazzi. Bisogna creare le conoscenze e le capacità nei settori che servono, dove noi italiani siamo forti, come il lusso, o dove ci sono nuove opportunità: il digitale non ha disoccupazione, anzi non c’è disoccupazione, anzi non c’è abbastanza offerta di lavoro». 


Che consigli dà a chi vuole fare impresa? 


«Il primo è quello di avere fiducia, perché io sono la dimostrazione che le cose si possono fare anche in Italia. Poi bisogna circondarsi di gente per bene, la squadra è fondamentale per realizzare un progetto di lungo termine. Infine, un imprenditore italiano deve creare dall’inizio un’azienda aperta e internazionale. Se quando tra l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate del 2000, non avessi assunto ragazzi con una grande sensibilità e una forte etica pensando a un’azienda internazionale, forse oggi Yoox non ci sarebbe più. Eravamo in piena transizione verso l’euro, crollavano le dot.com, abbiamo lavorato notte e giorno per tre mesi ma ce l’abbiamo fatta: il primo ordine era dall’Olanda, un vestito di Versace da 88 mila lire».

 
Come è cambiata Ynap da quando è parte di Richemont? 


«È cambiata in meglio perché grazie a Richemont abbiamo imparato a fare un altro mestiere: vendere online gioielli e orologi di altissima gamma. Richemont è il partner perfetto per Ynap: ci garantisce spalle solide per fare investimenti di lungo termine e ha rispettato in toto la nostra indipendenza, tant’è che nessun cliente si è sentito minacciato o ha o ha manifestato la volontà di andarsene per questo. Anzi abbiamo stretto nuovi legami sperimentando il vero omnichannel con il servizio offerto a Valentino. Inoltre essendo nati internazionali non è stato un problema né gemellarci con il colosso anglosassone Net-a-Porter prima, né con Richemont poi». 


Lei ha avuto azionisti come Renzo Rosso o clienti come Armani. Perché ha affidato la sua creatura al sudafricano Johann Rupert ? 


«Perché è un grande visionario: ha costruito da zero un colosso del lusso e ha capito che investire nelle nostre radici e lasciare l’azienda indipendente era un valore. Sono indipendente era un valore. Sono partito con il 100% e sono finito con il 4%:non ho mai pensato che il controllo fosse importante, ho sempre ritenuto che la cosa fondamentale fosse far crescere l’azienda, restare fedele al sogno iniziale e nel cammino riuscire a far sognare anche tutti gli altri insieme a me, dai collaboratori ai clienti, dai marchi del lusso agli azionisti».

Pubblicato su La Repubblica.