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L'ECONOMIA CORRIERE

Capitali, Ricerca e Team

di Maria Elena Zanini, febbraio 28, 2020

Foto di David Needleman

Unicorno, colosso, campione digitale. Le definizioni per Ynap sono parecchie. «In realtà noi siamo negozianti “del futuro”: compriamo e vendiamo vestiti online», semplifica Federico Marchetti, creatore, mente e braccio del colosso (effettivamente) dell’ecommerce di lusso. Semplifica e quasi banalizza quello che è un vero e proprio impero: 4,2 milioni di clienti presenti in 180 paesi; oltre 5mila dipendenti e 2,5 miliardi di dollari di fatturato nel 2017. Quando nel 2018 Rlg Italia Holding, diretta emanazione della Compagnie Financière Richemont, il gruppo svizzero proprietario di marchi come Cartier, Lancel e Montblanc, lancia l’opa su Ynap- Yoox Net-A-Porter, la creatura di Marchetti viene valutata 6 miliardi di dollari. Numeri che fanno capire la complessità dietro un business del genere e l’unicità della creatura di Marchetti.

 

In effetti, Ynap è stato l’unico unicorno italiano, l’unica impresa cioè a superare il miliardo di dollari di valutazione. Come mai non sono nati altri unicorni tricolori?

 

«Per fare un unicorno — spiega Marchetti in occasione di un incontro al «Corriere della Sera» — servono tre cose: capitali, timing e team. Quando ho cominciato con Yoox nel 1999 era possibile fare tanto con pochi soldi. Io ho cominciato con un finanziamento di 3 miliardi di lire. Ora sarebbe impensabile: servono grandi capitali per grandi investimenti in particolare in tecnologia e innovazione. E il settore del venture capitalism in Italia non è ancora così maturo e sofisticato come quello anglosassone. Non solo: nel ‘99 non avevamo competitor, siamo stati i primi a creare il binomio moda-ecommerce. È stato un vantaggio competitivo enorme. Per finire, il team: ho cominciato a creare la mia squadra partendo dal basso. Niente manager di grandi studi, ma fotografi e tecnici. Da 5 siamo diventati 12, fino a essere circa 5.400 in Ynap per 90 nazionalità rappresentate».

 

In questi primi 20 anni al mercato italiano e inglese si sono aggiunti stati Uniti, Giappone, Cina... facendo insomma di Ynap un campione globale. Era inevitabile, nell’ottica di una costate crescita, l’acquisizione da parte di Richemont nel 2018?

 

«Probabilmente non era l’unica opzione possibile, ma ci è sembrata la cosa più giusta da fare per la nostra azienda. La nostra prima sliding doors è stata l’opa con l’inglese Net-A-Porter nel 2015. L’operazione con Richemont ha seguito lo stesso solco: unire due leader per una sinergia industriale incredibile. Con Richemont possiamo aggiungere al nostro portfolio tutta la parte di hard luxury, orologi di alta gamma, gioielli... Per noi questo è un segmento in forte crescita. Inoltre, essere parte di un gruppo come quello svizzero, ci consente di investire maggiormente in innovazione e tecnologia, mantenendo però l’azienda indipendente e neutrale».

 

Siete presenti anche in Cina dove avete stretto una partnership con Alibaba, ma non con il vostro sito. Perché?

 

«Affrontare il mercato cinese senza un alleato non è facile: richiede un’esperienza e una conoscenza della legislazione che solo un locale può avere. Da qui la decisione, annunciata a settembre, di allearci con Alibaba. Una volta messe a fattor comune le competenze di ognuno, abbiamo capito che non serviva avere due piattaforme distinte» .

 

Quando si parla di Ynap, il confine tra moda e hi tech sembra molto sottile...

 

«Tutto quello che ho fatto in 20 anni è un bilanciamento tra ciò che è umano e ciò che è tecnologico. Fin da quando mi sono inventato il nome Yoox, una combinazione tra l’umano, con i cromosomi xy e il dna del codice binario, 00. L’umano che abbraccia la tecnologia, senza mai farsi sopraffare».

 

Oggi Ynap è, tra le aziende di moda, tra le più avanti in termini di ricerca e sperimentazione, come l’uso dell’intelligenza artificiale. Che ruolo ha, in questo senso, il nuovo polo di Landriano?

 

«Abbiamo inaugurato lo spazio lo scorso anno, uno spazio all’avanguardia che combina diversi aspetti dell’intelligenza artificiale: il riconoscimento visivo e vocale, la realtà aumentata e le tecnologie di personalizzazione. Settori dove stiamo investendo molto. In particolare sullo sviluppo dei nostri «big data», ossia tutte le immagini che abbiamo realizzato in 20 anni di attività. Perchè, abbiamo pensato, non utilizzarle per far imparare a una macchina lo stile? E così abbiamo fatto: quello che la macchina elabora, diventa un’informazione che il nostro team prodotto può utilizzare per perfezionare l’esperienza d’acquisto del cliente. La macchina non prende il posto del talento umano, si mette al suo servizio. Landriano poi è il nostro hub mondiale della logistica. Abbiamo deciso di costruirlo in Italia per la centralità che il made in Italy ha nella moda e per la prossimità geografica con i principali marchi. Sono 57mila metri quadrati da cui partono i prodotti versi tutti gli hub: Regno Unito, Stato Uniti, Giappone, Hong Kong, Cina e Dubai ».

 

Quali sono le minacce il vostro modello di business?

 

«Il nostro è un business molto diversificato. Un paese è in difficoltà? Siamo presenti in altri 179. La stagione di un marchio non funziona? Possiamo contare su altri brand. È un modello strutturalmente molto diversificato e molto ben preparato a shock. Anche a emergenze mondiali come il coronavirus. Dal punto vista del consumatore, tutto quello che porta lontano da centri affollati, mette al riparo l’ecommerce. L’unico vero rischio è fare male le cose che si programmano, perchè costano troppo o perchè vengono affidate alle persone sbagliate. Anche per questo è importante acere un team molto motivato. Le persone fanno il successo. E la conferma per noi è il nostro team di 1600 “talenti tecnologici” di cui il 27% donne, distribuiti tra Bologna e Londra (presto arriveranno anche a Milano) concentrati su nuovi modelli di sviluppo e innovazione».

 

I negozi fisici avranno ancora un futuro, dato il ruolo sempre più importante dell’ecommerce?

 

«È importante precisare che non è solo l’ecommerce a portare via quote di mercato ai negozi fisici, ma anche il diverso comportamento del consumatore. Se i department store americani Usa sono in difficoltà è perchè non hanno saputo innovarsi tanto velocemente quanto lo è stato il consumatore. Noi nel 2005 ci siamo inventati i flagship store, i monomarca online per conto dei principali brand di moda. Ora abbiamo raggiunto la completa integrazione tra fisico e online con il progetto Next Era che integra l’esperienza d’acquisto, anche in termini di disponibilità e accessibilità al prodotto. Ed è in questa direzione che il settore deve andare: il cliente è uno solo, senza distinzioni tra online e offline».

 

In questo contesto, quanto conta una giusta comunicazione? E quanto ancora continueranno a essere importanti gli influencer?

 

«Fin dall’inizio la nostra comunicazione è stata impostata mettendo al centro il contenuto. Essendo negozianti moda dobbiamo ispirare i nostri clienti. Ma siamo anche un’azienda hitech e l’innovazione tocca inevitabilmente tutti gli aspetti con cui interagisci con il cliente. Comunicazione inclusa. Per questo cerchiamo di fare cose uniche. Abbiamo stretto partnership strategiche con Whatsapp, Facebook e Google per avere (come parte del gruppo Richemont) una visibilità maggiore e meglio indirizzata. Parlando di visibilità, gli influencer hanno sicuramente innovato la comunicazione. La domanda, cui non so rispondere, è quanto l’innovazione durerà».

 

Quanto è importante per voi operare in un contesto sostenibile?

 

«Quello della sostenibilità è per noi un tema importantissimo. Abbiamo cominciato a lavorarci già nel 2009 subito dopo la quotazione a Piazza Affari, in anticipo sui tempi. Quello stesso anno abbiamo creato Yooxygen, la prima piattaforma online dedicata esclusivamente alla moda responsabile. Da lì sono arrivate poi le certificazioni sia per i nostri negozi online, sia per i nostri nuovi edifici. Il 100% dell’energia che utilizziamo è rinnovabile, un obiettivo raggiunto in anticipo rispetto a quanto ci eravamo prefissati, e tutte le nostre confezioni sono di materiale riciclato».

 

Come immagina Ynap tra 20 anni?

 

«Fellini diceva: nulla si sa, tutto s’immagina. Allora io immagino che lo shopping non sarà mai più come prima. Tra vent’anni, vivremo nuove esperienze e tutti i nostri sensi saranno coinvolti. Gli abiti, fatti con nuove tecnologie sostenibili, sapranno mutare e adattarsi al nostro corpo. E Ynap, diventata ormai grandissima, tra vent’anni avrà alla guida una giovane talentuosa che continuerà a guardare avanti come ho fatto io negli ultimi venti. Largo ai giovani che sono il futuro!».

Pubblicato su L'Economia Corriere

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